Giovanni Failla, Salvatore Ficcaglia, Filippo Mogavero, Sebastiano Puccia vennero deportati in Germania e ci restarono fino al 1945. Nel 2010 sono stati insigniti della Medaglia d’Onore concessa dal Presidente della Repubblica.
Le sigle hanno uno strano sapore quando si intrecciano con il filo degli affetti e dei ricordi.
Questo articolo gioca tra la cronaca ed il ricordo personale, familiare. Uno di loro è (era) mio nonno. Uno dei quattro soldati italiani, di Collesano, rintracciati attraverso la storia con una sigla, piccola, potente: IMI. Internato Militare Italiano.
I quattro soldati hanno ricevuto la Medaglia d’Onore ai cittadini italiani deportati ed internati nei lager nazisti. Medaglia concessa dal Presidente della Repubblica. Ancora una volta, il modo più solenne per dare ai soldati della seconda guerra mondiale il loro giusto spazio. In Italia, e nella loro piccola comunità.
Dopo l’otto settembre 1943, l’armistizio annunciato da Badoglio e dai Savoia, atterrò l’intero esercito italiano. Questione di calcoli sbagliati, probabilmente voluti, ai più inattesi.
Il comando generale non diede alcuna disposizione ai propri soldati, sottufficiali ed ufficiali su come e cosa fare dopo quell’annuncio di fine estate. D’un tratto gli italiani si ritrovarono gomito a gomito con quanti, poche ore prima, erano stati gli alleati ufficiali. E ritrovarseli come i nuovi nemici non fu affatto agevole da gestire.
Uomini lasciati soli; e tra le pagine d’eroismo senza condizioni, come Cefalonia, ci furono le centinaia di migliaia di IMI. Non piacque ai tedeschi l’inversione di marcia e per tutta risposta, quanti non rastrellati ed uccisi sul posto, vennero deportati in Germania. Come i quattro di Collesano.
Nomi e cognomi: Salvatore Ficcaglia (classe 1915 e deceduto nel 1997), catturato dai tedeschi in Grecia l’8 settembre 1943 ed internato in Germania, nel campo M-Stammlager IV G, Oschatz, Sassonia, fino al maggio 1945; Giovanni Failla (classe 1916), catturato dai tedeschi a Trieste il 16 settembre 1943 ed internato in Germania, nel campo M-Stammlager III C, Berlino, fino all’agosto del 1945; Filippo Mogavero (classe 1922), catturato dai tedeschi a Trieste il 23 settembre 1943 ed internato in Germania, nel campo M-Stammlager III C, Berlino, fino al settembre 1945; Sebastiano Puccia (classe 1917), catturato l’8 settembre 1943 ed internato in territorio francese occupato dai tedeschi, fino al maggio 1945.
Quattro uomini, quattro collesanesi che hanno vissuto il dramma della guerra prima, e quello della deportazione poi.
Pochi chili di peso da sostenere sulle gambe quasi cancellate per la magrezza e la speranza in cuore, ogni giorno, di poter rimanere in vita.
Sopravvivenza continua, dentro luoghi privi di senso. Gli IMI servivano alla Germania per il loro lavoro coatto: industria bellica, mineraria, pesante, agricola. E poi in edilizia, tra ricostruzioni e sgomberi, in mezzo a quelle macerie che costavano vite.
Gabriele Hammermann, nel suo libro “Gli internati militari italiani in Germania. 1943-1945”, scrive: “Dopo i bombardamenti gli internati venivano impiegati per sgomberare le macerie e seppellire i morti. […]. Ogni casa in cui erano presenti dei morti era contrassegnata con una croce bianca sul muro. Oltre alle immagini apocalittiche che si presentarono ai loro occhi, un altro motivo di autentico strazio fu il fatto di dover consumare subito il cibo trovato accanto ai cadaveri, per la paura di essere scoperti e puniti”.
Mangiavano brodaglia, tozzi di pane nero, e dietro la dignità sgualcita dalla paura e dalla fame. Le bucce di patate scovate e sottratte dall’immondizia del campo, erano il pasto per eccellenza. Rarità culinarie, tra le cimici e le pulci. E la morte davanti agli occhi. Furtivi e disastrati, attenti alle sentinelle: una buccia di patata rubata poteva costare la fucilazione immediata.
Un’ex cuoca tedesca dei lager, intervistata sulle condizioni di vita degli IMI, dichiarò che quel cibo lo si poteva dare anche ai maiali, ma non era tanto sicura sul fatto che quegli animali lo avrebbero mangiato.
Debilitati, frustrati dall’assenza di cibo, in quel circolo vizioso dei tedeschi “che se meno lavori, meno mangi”, dove “meno mangi, meno hai la forza per lavorare” ed in cui “meno forza avrai, meno potrai produrre e più potrò sottrarti cibo”, la morte era corpo che s’arrendeva.
Ed in quelle baracche, dentro quei dormitori con le sembianze di scomodi loculi, in legno, sgraziati dalla lordura, tra vomito, dissenteria ed infezioni, lì quei compagni vedevano morire commilitoni. Che fino allo stremo, fino all’ultimo sospiro, rimanevano attaccati a quel coso putrido che ancora chiamavano tozzo di pane. E per quel coso, litigavano, cercando di accaparrarselo. Poche calorie in più per continuare a respirare.
Avrebbe dovuto consegnare le onorificenze il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Roma, il 27 gennaio 2010, Giorno della Memoria. Ma per quanti nell’impossibilità di raggiungere la Capitale (l’età media dei sopravvissuti supera i novanta), hanno proceduto alla consegna i prefetti competenti per territorio. E a Palermo, per tutta la provincia, gli insigniti sono stati trenta.
Per i quattro di Collesano, le medaglie sono state ritirate su loro delega, a mani del Prefetto, Giancarlo Trevisone, dal Coordinatore Regionale per la Sicilia dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Primo Maresciallo Calogero Cav. Donato, sempre stato attento alle sorti della locale sezione e dei suoi iscritti.
Difficile per ultranovantenni spostarsi nel capoluogo. E la Prefettura ha compreso. Problemi di salute, di deambulazione. E poi la gioia di poter ricevere l’onorificenza nel proprio paese natale. E così è stato il 30 gennaio 2010, nella Basilica Minore di S. Pietro. E in quell’occasione, anche una Croce al Merito di Guerra per Antonino Donato, concessa dal Comando Regione Militare Sud di Palermo.
Una messa officiata da padre Vincenzo Corsello; le rappresentanze di tutte le Forze Armate, delle Associazioni combattentistiche e d’arma e degli Ordini cavallereschi; e tra gli intervenuti, don Antonello Di Benedetto, Priore del Sovrano Ordine dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, Priorato di San Pietroburgo, Cavalieri di Malta, che ha voluto onorare i cinque insigniti del titolo di “Cavaliere Onorario” dell’Ordine da lui guidato.
Ed al centro tre IMI sopravvissuti ed una medaglia alla memoria. Quella di mio nonno.
Antonino Cicero
Espero – Rivista del Comprensorio Termini – Cefalù – Madonie
Anno IV, n. 35, 1 Febbraio 2010, p. 6


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