La vita “pubblica” dell’anarchico Paolo Schicchi è stata sviscerata, nei suoi punti salienti almeno, in quella serie di articoli già pubblicati su Collesano.org.
Un profilo più intimistico, in certo qual modo, ci viene invece fornito dal pronipote dell’anarchico collesanese, l’ingegnere Nicola Schicchi, figlio di Simone, il cui padre Niccolò, direttore scolastico a Collesano per parecchi anni, era fratello di Paolo.
Quello che ci ha raccontato l’ingegnere Schicchi, che si divide tra Lerici (Liguria) e Cefalù (contrada Kalura), ci rende un anarchico contrastato, una figura ondivaga tra la sua Idea e le sue gesta, tra la “parte pubblica” e la “parte privata”, intrisa di famiglia e di tradizione.
Un Paolo (lo zio Paolo, ‘u ziu Paulu, per l’ingegnere) che ancora oggi, nella sua complessità, rappresenta una figura di “politico” attivo, innamorato degli uomini, dei suoi cari, della sua terra. Collesano, ma anche e soprattutto, quel mondo, fatto di individui, di diseguaglianze, di diritti, di storia che passa, di vita che non è mai quel lineare, potente “due più due è quattro”.
Ipotesi di esistenze intrecciate con avvenimenti, anni che avanzano, aspetti caratteriali che non esentano combattenti libertari come lo stesso Paolo Schicchi.
L’articolo fu pubblicato su Espero nel marzo del 2008; spero sia accettato per quello che è stato inteso: un ulteriore tentativo di “far luce” sull’anarchico collesanese.
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L’ingegnere, classe 1936, arranca con la sua docile stampella. Un incidente al pèrone e «mi dispiace solo di non poter andare al mare». A settembre il tempo ancora permette. Risiede a Lerici, in Liguria, e in Sicilia ritorna per le vacanze. Mi viene incontro con un sorriso familiare, sebbene questa sia solo la seconda volta che vada a trovarlo. Ormai pure il cagnone Fili annusa un volto conoscente.
Con la Cinquecento di famiglia, da giovane, corse su fino in Finlandia e ne ha scritto pure pagine inedite e gustose. Porta un cognome importante, lo stesso dell’anarchico Paolo, fratello di suo nonno paterno Niccolò. Alla clinica Noto di Palermo, u ziu Paulu, grazie all’intercessione del fratello presso le autorità («si amavano, erano affezionatissimi»), c’era arrivato per quell’ernia inguinale, giusto dal confino di Ventotene (lì fu con Terracini, mentre a Turi di Bari e a Ponza, furono con lui Gramsci e Pertini), dove scontava la condanna per il tentativo di insurrezione in Sicilia, negli anni Trenta. «L’ho sempre visto come una sorta di “Che” Guevara ante litteram», dice l’ingegnere.
Era il 1943 e il padre di Nicola, agronomo, dipendente statale presso un ispettorato, da Ragusa venne trasferito a Palermo. «Andavamo a trovarlo, io e mio padre, sempre di pomeriggio, a piedi, dalla zona portuale dove abitavamo fin su alla clinica. Ricordo che quando arrivammo non era dentro la sua stanza. Rimanemmo nel salottino d’attesa. Ad un certo punto uscì da un gabinetto, col suo solito bastone da passeggio. Vedendoci, senza scomporsi più di tanto, ci disse: “Ho cagato come un principe!”». Questo era quel vecchietto, ormai tra i settanta e gli ottanta.
«L’antifascismo ufficiale lo “reclamava” dalla sua: i comunisti e il movimento separatista di Finocchiaro Aprile volevano “attrarre” Paolo nella propria orbita, perché rimaneva pur sempre una figura che avrebbe garantito un buon numero di voti. Glielo proposero, ma, ed era scontato, lo zio Paolo non accettò, né avrebbe potuto, facendo capire che certe logiche non gli appartenevano. Tanto che un giorno lo trovammo a dir poco agitato: aveva incontrato poco prima una delegazione, credo di comunisti, venuta a proporgli la sua candidatura all’Assemblea Costituente. Era infuriato: li prese letteralmente a bastonate, incacchiato nero. “Non entrerò mai in un’assemblea” ci ripeteva».
Fu antimonarchico, antifascista ed anticomunista: per Paolo Schicchi il comunismo («solamente un’altra delle forme di oppressione dell’individuo, al pari del fascismo e del capitalismo») era semplicemente la negazione dell’anarchismo, essendo il dominio dello Stato sull’individuo, il vero soggetto da porre al centro della vita sociale. Ne auspicava con forza la liberazione da tutte le sovrastrutture che lo opprimevano. «Era un libertario e come tale gli uomini avrebbero dovuto essere liberi di agire e di pensare. Sogni, forse, ma certo non esecrabili». Vicino alle idee di Proudhon e di Bakunin, tanto era convinto di “liberare l’uomo” che aveva in testa sempre una fissa: la Rivoluzione. «Ma non “una rivoluzione”, bensì “La Rivoluzione”. Questa sua fede da ottantenne era una specie di mania. Quale poi fosse questa Rivoluzione, non so. Una rivoluzione che avrebbe dovuto liberare l’uomo dai governi, dalle polizie… che avrebbe finalmente concretizzato la sua Idea. E lui vedeva questo momento come il giorno in cui si sarebbe vestito in modo elegante. E per l’occasione conservava alla clinica il vestito “buono” e ogni tanto mi diceva: “U vo viriri u vistitu da rivoluzione? Rapi”, indicandomi il cassetto».
Non a caso v’era ancora del cospiratore in lui: «Infatti nascondeva in stanza alcune armi. Non so come le possedesse: arrivò alla clinica Noto ammanettato e con i carabinieri lì a piantonarlo. Tuttavia erano vecchie pistole, che forse non avevano mai sparato. E tra queste c’era pure un bastone, chiamiamolo ‘figurato’, all’interno del quale stava una lama (“a purcaria”: mi diceva sempre “un lu tuccari, ca c’è a purcaria”). Ma non so più che fine abbia fatto».
Raramente discuteva di politica con i familiari. «Per noi non era l’anarchico, quanto il vecchio zio ottantenne che aveva bisogno di assistenza (sebbene fosse tutto sommato autosufficiente), di biancheria pulita, di recapitargli quanto ci dava il nonno Niccolò e di fare il contrario, di recapitare cioè le carte che lui voleva venissero consegnate al fratello. Ne ho visto sempre e solo il lato umano, non politico e antisistema. D’altronde lo si evince anche dalla sua corrispondenza con i familiari, in cui pareva proprio un altro rispetto allo Schicchi diciamo così “ufficiale”: domandava della gente di Collesano, dei familiari, delle campagne e delle terre che possedeva. Insomma, con noi non “faceva” affatto politica. Io ero il suo barone d’Acquapendente, per un terreno a Collesano, lungo la via per Isnello, che avrei dovuto ereditare sebbene così non è stato. Mentre mio padre era il nipote prediletto e a lui chiedeva di sbrigare commissioni le più varie, specie ritirare i giornali dalla tipografia (ma spesso se ne occupava lui di persona, caricandosi le stampe sulla carrozza e riportandole in via Dante), portarvi i manoscritti, ritirare i tanti pacchi postali inviati soprattutto dai compagni statunitensi.
«È pur vero però che lo consideravamo un personaggio anche un po’ strambo. Il suo carattere presentava degli aspetti stranissimi. Per esempio era molto tirchio con noi. Non ricordo che ci fece mai dono, se non rarissimamente, delle tante cose che riceveva dagli Stati Uniti. E ne avevamo di bisogno, essendo mio padre un funzionario dello Stato, con uno stipendio bassissimo (gli stipendi erano rimasti tali e quali al periodo pre-bellico, ma non anche l’inflazione e facemmo per diversi anni, fino al ’50, quella che si dice letteralmente “la fame”). Come al solito lo zio Paolo diceva a mio padre “Va piglia sti pacchi”. Pacchi ricchi, ricordo: contenevano dollari, roba da mangiare, indumenti, eppure mai qualcosa: ce li faceva solo vedere! Che fine facesse tutta ‘sta roba, non lo so. Ma poi capimmo che lo ‘spolpavano’, se ne approfittavano, insomma. Lo raggiravano spacciandosi per sedicenti anarchici, sebbene non lo fossero affatto.
«Un giorno, mio padre sbottò: “Basta, ci tratta coi piedi; gli facciamo tutti ‘sti servizi e non ne abbiamo niente in cambio, visto che ne avremmo realmente bisogno”. Avevamo ritirato da poco uno dei soliti pacchi, e a parte qualche caramella, c’era dentro una bellissima giacca di lana. E a mia madre avrebbe fatto proprio comodo. La scambiammo con una vecchiotta. Richiudemmo il pacco e lo portammo allo zio Paolo. Dopo qualche giorno, tirò fuori ‘sta giacca e ci disse: “Chista un mi piaci, prendetevela voi”. E a casa ci accorgemmo che aveva tolto pure tutti i bottoni! Certo, si trattava di qualche mania, perché cosa potesse farci con i soli bottoni non so proprio» puntualizza sorridendo.
Era assiduo nelle sue uscite dalla clinica, dove intanto aveva ripreso a scrivere i suoi numeri unici (“Il Vespro Anarchico”, “Il Vespro Internazionale”, “Il Vespro Libertario” ecc.). «I posti dove si riuniva normalmente con i compagni (Gramignano, con cui tentò l’insurrezione siciliana, ‘U Spatuliaturi, Gandolfo Vella e altri) erano una certa trattoria “da Nonò”, dirimpetto il Teatro Biondo e un bar, all’angolo tra via Villareale e piazza Sant’Oliva. Erano le sue tappe fisse: non credo sia mai uscito da Palermo dal ‘43 fino alla morte, nel 1950. Rimase in clinica fino a qualche settimana prima di spirare, sebbene fosse nelle condizioni di esserne dimesso: semplicemente gli faceva comodo. In realtà non aveva più una casa dove trasferirsi» per via di certi parenti (che lui chiamava “ammucca ostie”) che, a seguire tesi e parole dell’ingegnere, avevano «ramazzato tutto».
Così Nicola si ricorda dello zio Paolo. Non ha mai smesso di parlarne, apertamente fiero di un così “solido” personaggio. Prima di incontrarlo, nel ’43, lo aveva solo immaginato. Correvano per le stanze della sua casa solamente le “leggende familiari”: dai nonni paterni se ne parlava con ammirazione ma al tempo stesso per quello che era stato: una fonte inesauribile di guai. Una vita errabonda, difficile, sempre perseguitato e imprigionato. «Mio bisnonno, l’avv. Simone, si era dissanguato: ogni tanto doveva vendere una casa o un terreno per mandare questi famosi lingotti d’oro – così sentivo dire – a questo mio zio, per aiutarlo». Ed è stato un problema anche per le sorelle (Olivia, Nunzia, Maricchia, Teresa…). «Tranne una, le altre non si erano potute sposare per causa sua, perché quale benpensante di Collesano se le sarebbe maritate con un fratello così? E i problemi ci furono pure per la famiglia di Niccolò: fu in un certo senso perseguitata, per via delle continue perquisizioni della polizia (sfondavano i materassi, portavano via anche libri ed oggetti che con l’anarchia non avevano nulla da spartire). Ed anche mio padre ebbe dei grattacapi: essendo un dipendente statale, veniva bollato come parente di un pericoloso anarchico. La famiglia, insomma, soffrì: accanto all’ammirazione, v’era un certo fastidio, perché era davvero difficile convivere con questo “voluminoso” ziu Paulu. Per i nonni materni, invece, era semplicemente un pazzo, uno che stava sempre in galera, un poco di buono, uno che non aveva combinato niente».
Assidui frequentatori dello zio Paolo, nell’ultimo scorcio di esistenza dell’anarchico «ci fu tutta una manovra per allontanare mio padre da lui. “Quei” parenti, forse, temevano che i terreni residui nelle contrade collesanesi, ancora di Paolo, potessero andare a mio padre; forse temevano che i tanti dollari che si credeva conservasse alla clinica, sarebbero caduti nelle mani di chi lo avesse trovato morto»; forse temevano… Prima di morire, in casa di una nipote, si affacciò al capezzale un prete, ma quanto potesse capirne essendo ormai in coma è facile intuire. Quel che è certo è che non chiese mai i conforti religiosi (l’anticlericalismo di Paolo è noto), spirando da anarchico, coerente fino alla fine con la sua impostazione etica.
L’ingegnere, in giro per l’Europa fin dai primi anni di università, un po’ come lo zio, chiude l’intervista ricordando un episodio davvero gustoso. Siamo nei primi anni del ‘900, quando Paolo, dopo il carcere, ritornò a Collesano per scontare il periodo di sorveglianza speciale, secondo la sentenza del processo di Viterbo del 1893. Aveva ripreso la “via” della campagna e sembrava che avesse ormai abbandonato del tutto “‘sta camurria anarchica” – come dicevano i familiari – e di ritorno proprio dalla campagna si fermò col suo asino (che chiamava Vittorio Emanuele, in beffa al re savoiardo) presso la fontana dei Quattro Cannoli, nella zona centrale del paese. Lì c’era un onorevole che teneva un comizio, nei toni altisonanti della retorica politica, pavoneggiandosi al suono delle sue parole e della sua voce. Paolo, legato l’asino alla fontana per abbeverarlo, verosimilmente pungolandolo, lo fece ragliare. Al che, all’indirizzo del comiziante, disse: «Ecco onorevole, vede: anche il mio asino ha apprezzato il suo discorso!». E tutto finì in una generale risata della piazza.
Pubblicato su:
Espero, marzo 2008, p. 11


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