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Feb
Il Monumento ai Caduti. Un’opera della “star” degli anni Venti Stampa
Storia e Cultura
Scritto da Antonino Cicero   

Collesano 1930. Monumento ai CadutiAnche Collesano ha conosciuto il tocco della star. Turillo Sindoni, l’autore del monumento ai caduti della prima guerra mondiale, posto nel giardinetto del palazzo municipale, negli anni ruggenti della sua carriera non fu uno dei tanti. Fu, al contrario, “il” creatore di monumenti ai caduti della Grande Guerra sparsi un po’ per tutta Italia.
Il tema stilistico era caro al regime e fu riproposto più e più volte, come ricorda Francesca Lo Faro sul quotidiano “La Sicilia”: sull’Isola, le sue sculture stanno oggi nei giardinetti di Augusta, di Ragusa, di Vittoria. E di Collesano, appunto.
Sindoni, che siciliano lo fu per nascita (Barcellona Pozzo di Gotto, 1870-Roma, 1940), non volle mancare all’appello con la storia: un monumento è per sempre.
Un riferimento autentico per l’epoca, tanto da entrare dentro “La Domenica del Corriere”, il settimanale più pop che circolasse a quel tempo.
Non stava fermo un attimo; sfornava monumenti e sculture senza tregua, anche a New York, a Calcutta, a Montevideo, in Svizzera e persino in Nicaragua…

E poi i palazzi del potere, dal Quirinale ai ministeri. Era amato dalla nomenklatura e a lui piaceva. Fama e soldi nel pieno di un’esistenza: un riconoscimento non postumo, a differenza di molti artisti, e che rappresenta, per gli artisti, la vera aspirazione.

Mussolini apprezzò una sua opera tanto da donarla a Hitler. Che apprezzò a sua volta.  
Sindoni fece di questa frase il suo manifesto: «Io sono artista e non fascista, né comunista, né socialista. Sono rispettato da tutti per il mio carattere strafottente ed indipendente».
Un artista schietto e ricercato, dalle amicizie influenti e con le idee chiare. E segnò un’intera epoca e da lì, dopo la parentesi del secondo conflitto mondiale, a fascismo venuto giù rovinosamente, trasferirà all’Italia repubblicana quel linguaggio austero, muscoloso, quasi carnale, a tratti vagamente poetico nelle icone militari di singoli soldati che si stagliano sullo sfondo di un immaginario campo di battaglia e che raffigurano l’ideale del sacrificio ultimo, per sé e per la Patria.
Un conflitto, quello del primo Novecento, che segnò l’assurdità della morte su larga scala: il ’15-18 sarà, anche nel linguaggio comune, l’emblema stesso del massacro. Si ricordano il dolore e la tragedia, lo sconquassamento di intere generazioni, l’ingordigia dei capi sulla pelle dei soldati, giovani e meno giovani, renitenti e convinti bellicosi. Un conflitto che lasciò sul campo martiri involontari, gente sconosciuta, “normale”, fatta di cuori pulsanti che ogni attimo, fuori dalla furia della trincea, battevano per le poche righe delle persone care stampigliate su luride lettere.
Un monumento è per sempre, come le vite che non ci sono più. Quelle stesse che si vollero celebrare come atto ultimo di riconoscimento civile. Al netto delle ipocrisie.
E così avvenne anche per Collesano, quel 18 maggio 1930, quando il complesso scultoreo venne inaugurato alla presenza delle autorità. Un soldato che imbraccia un fucile con baionetta puntato verso l’alto e il basamento che sostiene quattro elementi in bronzo: una stella e una ghirlanda d’alloro, un’aquila legionaria, un rilievo che ritrae la battaglia del Piave e i cimeli di guerra tra cui un lanciabombe, una mitragliatrice e quattro piccole bombe in origine posizionate in piedi, una per ogni angolo della base, ed oggi sostituite con quattro aeree, più grandi, della seconda guerra mondiale e solamente appoggiate sulla parte frontale, con l’aggiunta di due pannelli marmorei con sopra incisi i nomi dei caduti locali dei due conflitti mondiali (rispettivamente, 58 e 57). Per giungere a quel giorno ci vollero 11 anni dalla costituzione, nel 1919, del “Comitato Esecutivo per il Monumento ai Caduti di Collesano”, presieduto dall’allora direttore scolastico, Niccolò Schicchi (fratello dell’anarchico Paolo) e composto da Giovanni de Giorgio, Stefano Dolce fu Antonino, Orazio Leone, Tommaso Li Pira, Giuseppe Tamburello fu Nicolò e Giuseppe Meli fu Tommaso, bersagliere, che scrisse alcuni versi impressi sulla cartolina stampata per l’inaugurazione.
Anche Collesano, insomma, ebbe in sorte la scultura di una guest star dell’epoca; quel Sindoni che, ad un certo punto, uscì fuori dalle scene, risucchiato da un’Italia che di lì a poco avrebbe conosciuto la guerra civile, la disfatta, un cambio d’identità.

Antonino Cicero

Pubblicato su: Espero, Dicembre 2014, pp. 1 e 7