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16
May
I De Maria. Una famiglia carica di storia.
Storia e Cultura
Scritto da Antonino Cicero   
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Colti, possidenti, massoni, con una genealogia di tutto rispetto, hanno segnato vicende della Sicilia. Chi sindaco del paese madonita, qualcuno legato ai moti risorgimentali, chi invece prefetto delle province di Grosseto e Lucca: sepolto a Roma, al suo funerale presenziarono anche Crispi, Florio e Di Rudinì

di Antonino Cicero.

I De Maria a Collesano ci sono stati. L’ultimo che ancora resiste è Rodolfo (come il nonno sindaco), detto Rudi (classe 1926 – 12 settembre –, oggi in una casa per anziani a Castelbuono), che fino a qualche anno fa scorazzava per il paese arzillo, smilzo, agile, con indosso pantaloni, scarpe da ginnastica, senza più quel titolo (barone di Casalnuovo e Cavalieri) carico di storia (l’ultimo a fregiarsene fu il padre Francesco che lo perdette all’indomani della 2a guerra mondiale: la XIVa Disposizione transitoria e finale della Costituzione del 1948 non riconobbe più i titoli nobiliari).

Rudi, nel suo albero genealogico (il casato risalirebbe al 1164, sebbene il baronato sarebbe investitura del ‘700), ha lasciato il bisnonno, Massimiliano De Maria (nato a Palermo il 15 agosto 1820), legato ai moti palermitani del 1848 (e che qui incorniciamo in occasione del 164o anniversario da quel 12 gennaio), il fratello di Massimiliano, Stefano (prefetto delle province di Grosseto e Lucca, sepolto a Roma al suo funerale presenziarono anche Crispi, Baucina, Florio, Caccia, Di Rudinì. Una nota autografa a margine di un documento del Ministero della Guerra, datato a Napoli 23 settembre 1860, ne fa anche Cacciatore delle Alpi con Garibaldi e “amico fraterno di Cavour” dal quale “ebbe in dono … un pugnale che portò in tutte le battaglie del Risorgimento”…), il nonno, Rodolfo De Maria appunto, cavaliere, “possidente” (così sul porto d’armi rilasciato il 15 novembre 1920) e sindaco di Collesano nei primi del ‘900 (lo seguì nel 1915 l’avvocato Catalano). Nato a Palermo il 22 settembre 1871 (morirà a Collesano il 3 gennaio 1944), fu – secondo le testimonianze dei più anziani collesanesi – uomo colto (il figlio Francesco cita la stima nei suoi confronti di Benedetto Croce) ed elegante e già anziano, con la lunga barba bianca, ancora lì a passeggiare tra il Municipio e la fontana dei Quattro cannoli come era uso farsi in quel periodo. Colto e generoso, anche con alcuni indigenti. Dall’acquedotto (di sua proprietà) in contrada Favara a Collesano scese l’acqua al Comune di Cefalù. Per alcuni fu il figlio Francesco a disperdere il grosso del patrimonio, per altri segnò piuttosto la generosità del sindaco, tanto che le figlie Palma, Giovanna e Claudia, furono “costrette” al lavoro di segretarie presso l’Olivetti di Ivrea (è anche vero che con la Repubblica i nobili filo-monarchici senza grossi patrimoni ingrossarono le rendite con lavori nel terziario). Nel mezzo, tra nonno e nipote, ci fu proprio il padre di Rudi, Francesco (sposo della marchesa Giovanna Pensabene Perez), massone, capitano d’artiglieria e poi nella milizia fascista fin dalla prima ora, di fede monarchica anche dopo il referendum istituzionale del 1946. Di lui due cose: possedeva ancora il pastificio ed il mulino (di cui rimangono in piedi dei pezzi) sempre in contrada Favara ed aveva la fobia (igienista), a detta dei più, degli oggetti, che non riusciva a toccare a mani nude… Ritratti brevi…

 

I moti del 1848 (a fare da apripista alla “primavera dei popoli” fu proprio la Sicilia) si inseriscono nell’onda lunga dei rivolgimenti dal basso (ma con a capo nobili e borghesi, intellettuali ed oppositori) che a partire dal 1820-21 (seguono nel 1830) scompaginano l’ordine monarchico (ri)costituito dal Congresso di Vienna (le motivazioni ed i presupposti alla base delle diverse stagioni saranno tuttavia diverse, così come diverse saranno le richieste, con un coinvolgimento popolare che toccherà l’apice proprio nel ‘48). In tutti e tre i casi, comunque, verranno registrate pagine di eroismo uniche, ipotesi di cambiamenti sperati ed in parte realizzati che però approderanno (quale migliore risultato) a quelle carte costituzionali liberali subito strappate o affiancate da provvedimenti legislativi (si tratta di costituzioni flessibili e non rigide come l’attuale carta italiana) che ne sfiancheranno la portata egualitaria. In Italia, ad ogni buon conto, pur tra alterne vicende e chiaroscuri, le ultime sollevazioni popolari si legheranno a doppio filo con il processo di unificazione della penisola sotto le insegne sabaude.

Tra quei protagonisti, nella Sicilia del 1848, troviamo fin dalla prima ora (accanto a Giuseppe La Masa e Rosolino Pilo, a capo della rivolta popolare), il barone collesanese De Maria.

Una cronaca del Giornale di Sicilia datata 12 gennaio 1898 in occasione del cinquantesimo dai moti del ’48, così dipinge il barone Massimiliano, uno dei protagonisti in quella piazza Fieravecchia (uno dei mercati storici) a Palermo (da allora Piazza Rivoluzione, dove staziona la statua del Genio) da dove tutto ebbe inizio e dove vi giunse “avvolto in un cappotto da marinaio col cappello alla puritana sul quale lietamente svolazzavano all’umido aere i nastri tricolori. Pugnace e simpatica figura di eroe popolare, aveva i fianchi cinti da una cartucciera a caselle e armato di una carabina e di una pistola. Giovinetto ancora e pur cospiratore antico; non prodigo di parole, solo di fatti capace e di ardimenti, baciata la madre, lacrimosa ma forte, avea risposto fra i primi all’appello”. L’appello di cui si parla, messa da parte la ridondanza dello stile narrativo, è quello del “Comitato direttivo” che incita il popolo a sollevarsi contro i Borboni di re Ferdinando II (un passaggio dell’appello recita: “Chiunque ha un ferro ed uno schioppo ed un cuore siciliano si raduni alla piazza Rivoluzione, alla Fieravecchia. Cristo è con noi! Viva Pio IX! Viva la Costituzione! Viva l’indipendenza!”). L’appello viene gridato per le strade adiacenti la piazza dai ventisette (tra cui Buscemi, De Maria appunto, La Masa, Paternostro, Miloro, Palizzoli, Ciaccio, Carini, Oddo, Omodei, Lo Cascio, Colonna, De Carlo, De Marchis, Velasco, Di Stefano… e pure un attivissimo sacerdote, tale Ragona) riunitisi all’alba di quel 12 gennaio nel tentativo di coinvolgere il popolo. Che rimane fermo. Immobile. In ascolto. È l’ora della cavalleria regia contro i 27 asserragliati nella piazza. Non lo credettero neanche loro, ma i soldati borbonici ripiegarono ed il popolo sciolse la riserva. Fu un sussulto ed il Regno delle Due Sicilie cominciò a vacillare. I Borbonici si ritirarono dall’Isola e ne uscì fuori uno stato siciliano indipendente, con il parlamento a riaprire i battenti ed i nomi, che si ritroveranno più tardi nel corso del Risorgimento, a guidarne le sorti (Ruggero Settimo, Francesco Paolo Perez, Francesco Crispi, Vincenzo Fardella di Torrearsa, Salvatore Vigo, Giuseppe La Farina, Emerico Amari, Filippo Cordova) ma che tuttavia avrà vita breve (Ferdinando II riprenderà possesso della Sicilia già nel maggio del 1849, ripartendo dai duri bombardamenti di Messina che gli varranno l’appellativo di “Re Bomba”, verosimilmente cucitogli addosso dal collesanese Giacinto Scelsi).

Il De Maria, dalle cronache del tempo, esce fuori come un impavido, un trascinatore, un combattente ardimentoso, a capofitto nelle mischie e nei conflitti a fuoco. Nei giorni a seguire il 12 gennaio, De Maria si imbatteva in un’altra insorta, tale Teresa Testadilana (bassa, scarna in viso, magra, un “surcitieddu” vestito da uomo ed armata di tutto punto). Baldanzosa pure lei, capeggiava 40 uomini e con gli sbirri borbonici era alquanto crudele. Li faceva immobilizzare e con la sciabola staccava via la testa, che poi conficcava su un bastone che portava in giro come stesse esibendo un trofeo. Macabra pratica, che il De Maria condannò subito appena quei bastoni furono sotto i suoi occhi. I due battibeccarono e il De Maria la linciò con un sonoro ceffone. Potente, che scaraventò la donna a terra. I 40 spianarono i fucili ed il De Maria fece altrettanto, intimando loro di sparare. Non morì, perché gli altri non spararono grazie all’intervento risolutore di Mommo Aglialoro.

Il Barone tenne indosso le armi per un pezzo ancora. Aspettò i garibaldini e l’unità d’Italia per vestire i panni di Ispettore dell’Ufficio dei dazi civici di Palermo. Doveva risanarlo e così fece. Chiuse la porta e si ritirò a vita privata rifuggendo da qualunque incarico pubblico. Si trasferirà a Collesano, dove morirà alle soglie del ‘900. È oggi sepolto nel locale cimitero.

 

Pubblicato su:

Espero – Rivista del Comprensorio Termini – Cefalù – Madonie

Anno VI, n.59-60, Mar./Apr. 2012, pp. 1 e 14

 
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